Vai al contenuto
Menu
Impianto sciistico abbandonato nelle Alpi italiane con seggiovia dismessa e vegetazione che avanza
🌿 Sostenibilità

Nevediversa 2026: 273 Impianti Sciistici Dismessi, la Crisi Silenziosa della Montagna Italiana

Il rapporto Legambiente 2026 rivela 273 impianti sciistici completamente dismessi. Dati, cause e prospettive per il futuro del turismo montano italiano.

Redazione Funivie.it 17 marzo 2026 10 min di lettura
Aggiornato il 17 marzo 2026

Duecentosettantatré impianti sciistici completamente dismessi. Centosei temporaneamente chiusi. Novantotto che aprono solo a intermittenza, dipendenti dalla neve naturale o da condizioni economiche sempre più precarie. Sono i numeri del rapporto Nevediversa 2026 di Legambiente, la fotografia più aggiornata e impietosa della crisi che sta ridisegnando la montagna italiana. Un fenomeno silenzioso ma inarrestabile, accelerato dal cambiamento climatico e aggravato da decenni di scelte politiche miopi, che lascia dietro di sé seggiovi arrugginite, rifugi svuotati e intere comunità in cerca di un futuro alternativo.

Dal 2020 a oggi, gli impianti dismessi sono aumentati di 141 unità. Solo nell’ultimo anno, tra il 2025 e il 2026, se ne sono aggiunti altri otto. Una progressione che non accenna a rallentare e che obbliga il paese a fare i conti con una realtà a lungo ignorata: il modello di turismo invernale di massa costruito nella seconda metà del Novecento è entrato in crisi strutturale.


Il Rapporto Nevediversa 2026 in Cifre

Il rapporto Nevediversa, giunto alla sua edizione 2026, è curato ogni anno da Legambiente in collaborazione con il Club Alpino Italiano e la Federazione Nazionale Pro Natura. Offre il monitoraggio più dettagliato disponibile sullo stato degli impianti a fune italiani e delle stazioni sciistiche. I dati di quest’anno parlano chiaro:

CategoriaNumero di impianti
Completamente dismessi273
Temporaneamente chiusi106
Ad apertura intermittente98
Sopravvivono solo con sussidi pubblici231

A questi numeri si aggiunge un dato che raramente entra nel dibattito pubblico: i cosiddetti “edifici sospesi”, ovvero strutture turistiche abbandonate o gravemente sottoutilizzate legate all’industria della neve. Nel 2026 se ne contano 247, tra hotel chiusi, chalet vuoti, impianti di risalita fermi con le relative infrastrutture di servizio. Un patrimonio edilizio che grava sul paesaggio montano e che nessuna politica ha ancora affrontato in modo organico.

La stagione sciistica alpina, infine, si è accorciata in modo drammatico: rispetto a cinquant’anni fa, i comprensori italiani perdono mediamente tra i 22 e i 34 giorni di apertura stagionale. Meno neve, temperature più alte, finestre di impianto sempre più strette: il cambiamento climatico non è più una proiezione futura, è già il presente di chi gestisce una seggiovia in Appennino o a quote medio-basse delle Alpi.


Le Regioni Più Colpite

Piemonte: la Regione con il Maggior Numero di Impianti Dismessi

Con 76 impianti sciistici completamente dismessi, il Piemonte è la regione italiana più colpita dalla crisi del turismo bianco. Un primato negativo che riflette la struttura storica del comprensorio alpino piemontese: decine di piccole e medie stazioni, spesso mono-impianto, costruite tra gli anni Sessanta e Ottanta per servire la villeggiatura locale a bassa quota. Queste strutture, già economicamente fragili, sono state le prime a cedere di fronte all’aumento dei costi energetici, al calo delle precipitazioni nevose e alla concorrenza delle grandi stazioni internazionali.

In Piemonte la dismission non riguarda solo gli impianti: interi borghi montani hanno visto svuotarsi i propri esercizi ricettivi, con alberghi e pensioni che hanno chiuso i battenti nell’arco di pochi anni. La crisi è diffusa, ma si concentra in modo particolare sulle valli del Cuneese, dell’Ossola e delle Valli di Lanzo, dove la quota media delle piste era già al limite della sostenibilità climatica.

Lombardia: 51 Impianti Fuori Servizio

Seconda per numero di dismissioni con 51 impianti, la Lombardia presenta un quadro parzialmente diverso. Qui la crisi è meno omogenea e più selettiva: le grandi stazioni dell’alta Valtellina e del Bresciano reggono, anche grazie a investimenti infrastrutturali significativi e a quote più elevate. A soffrire sono i comprensori minori delle Prealpi lombarde, le piccole stazioni del Lecchese, del Bergamasco e delle valli prealpine, dove la copertura nevosa è diventata inaffidabile.

La Lombardia è anche una delle regioni dove il dibattito sul riuso degli impianti dismessi è più acceso. Alcune amministrazioni locali stanno sperimentando conversioni verso il turismo estivo e le attività outdoor, con risultati ancora parziali ma incoraggianti.

Le Altre Regioni

Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, tradizionalmente i bastioni del turismo sciistico italiano, mostrano numeri di dismissione più contenuti ma non trascurabili. Il Veneto, la Liguria e soprattutto le regioni appenniniche — Toscana, Emilia-Romagna, Calabria — vedono invece una quasi totale scomparsa delle loro stazioni sciistiche storiche, molte delle quali già compromesse da anni di scarso innevamento naturale.


Le Cause: Clima, Costi e Mancanza di Strategia

La crisi degli impianti sciistici italiani non ha un’unica causa. È il risultato di tre pressioni che si sono sovrapposte e amplificate nel tempo.

Il Cambiamento Climatico

La causa più visibile è anche la più difficile da contrastare. La stagione alpina si è accorciata di 22-34 giorni rispetto a cinquant’anni fa e la tendenza non è reversibile nel breve periodo. La quota dello zero termico invernale è salita mediamente di circa 400 metri in sei decenni, il che significa che le stazioni al di sotto dei 1.500-1.700 metri di quota non riescono più a garantire un innevamento naturale sufficiente per una stagione economicamente sostenibile.

L’innevamento artificiale ha tamponato il problema per anni, ma non lo risolve: richiede temperature sufficientemente basse per funzionare, consuma grandi quantità di acqua e di energia, e ha costi operativi che molti gestori non riescono più a sostenere.

L’Esplosione dei Costi

I costi di gestione di un impianto sciistico sono aumentati in modo esponenziale nell’ultimo decennio. L’energia per i cannoni da neve, per le seggiovie e per il riscaldamento delle strutture di servizio rappresenta spesso la voce di spesa più pesante, e le fluttuazioni del mercato energetico degli ultimi anni hanno colpito duramente i comprensori medio-piccoli. A questo si aggiungono i costi di manutenzione degli impianti — soggetti a normative sempre più stringenti — e quelli assicurativi, in crescita costante.

L’Assenza di una Visione Strategica

La terza causa è politica. Per decenni, le istituzioni italiane — nazionali, regionali e locali — hanno risposto alla crisi degli impianti con sussidi a pioggia, contributi straordinari e interventi emergenziali, senza mai affrontare la questione strutturale: quali comprensori hanno un futuro economico reale, e quali invece andrebbero accompagnati verso una conversione ordinata?

Il rapporto Nevediversa 2026 sottolinea che 231 impianti sopravvivono esclusivamente grazie a fondi pubblici, un dato che pone interrogativi urgenti sull’efficacia e sulla sostenibilità di questo approccio. Risorse che potrebbero finanziare la riconversione delle aree montane vengono invece impiegate per tenere artificialmente in vita strutture che il mercato e il clima hanno già condannato.


Il Problema degli Edifici Sospesi

Uno degli aspetti più trascurati della crisi è quello che il rapporto Nevediversa 2026 definisce “edifici sospesi”: le 247 strutture turistiche abbandonate o cronicamente sottoutilizzate che puntellano il paesaggio montano italiano. Hotel costruiti negli anni Settanta e mai rinnovati, residence svuotati, impianti di risalita fermi con le cabine ancora appese ai cavi, baite e rifugi chiusi da anni.

Questi edifici sono un problema sotto molteplici profili. Dal punto di vista paesaggistico, deturpano ambienti di grande pregio e trasmettono un’immagine di abbandono che scoraggia il turismo anche nelle zone ancora vitali. Dal punto di vista idrogeologico, molte strutture dismesse sono fonte di rischio: fondazioni che cedono, coperture che collassano, vasche di innevamento artificiale che perdono. Dal punto di vista economico, restano a carico delle comunità locali per i costi di messa in sicurezza, spesso senza che ci siano risorse o soggetti disposti a investire nel recupero.

La questione degli edifici sospesi non è nuova, ma la sua portata sta raggiungendo una soglia critica. Alcune regioni hanno avviato censimenti e programmi di demolizione finanziata, ma i procedimenti sono lenti e i fondi insufficienti. Nel frattempo, il numero di strutture abbandonate continua a crescere.


I Comprensori che Resistono: le Strategie Vincenti

Non tutto è crisi. Una parte del sistema degli impianti italiani non solo resiste, ma cresce. Cosa distingue i comprensori che funzionano da quelli che chiudono?

La Quota

La variabile più semplice è anche la più determinante: i comprensori ad alta quota — sopra i 1.800-2.000 metri — godono ancora di una stagione invernale sufficientemente lunga da garantire la redditività. Le Dolomiti, l’alta Valtellina, Cervinia, Livigno: questi areali hanno margini di sicurezza climatica che i comprensori a bassa quota non possono avere.

La Diversificazione Estiva

I comprensori più lungimiranti hanno investito pesantemente nel turismo a quattro stagioni. Mountain bike, trekking, trail running, vie ferrate, famiglie con bambini in estate: la seggiovia come mezzo di accesso alla montagna in ogni stagione, non solo d’inverno. Dove questa transizione è avvenuta in modo serio — con investimenti in infrastrutture, in formazione degli operatori e in marketing — i risultati economici sono solidi e le comunità locali sono meno vulnerabili alle oscillazioni della neve.

La Scala e la Connettività

I grandi comprensori interconnessi hanno economie di scala che i piccoli impianti isolati non possono raggiungere. La capacità di offrire chilometri di piste, impianti moderni e una gamma completa di servizi attrae un turismo internazionale e familiare disposto a spendere. La tendenza alla concentrazione — con fusioni tra comprensori e investimenti condivisi in infrastrutture — sembra destinata a continuare.


Il Futuro della Montagna Italiana: Diversificare o Scomparire

Il rapporto Nevediversa 2026 non è un atto d’accusa contro lo sci o contro chi ha costruito queste infrastrutture in decenni in cui i parametri climatici ed economici erano radicalmente diversi. È piuttosto un invito urgente a smettere di rimandare scelte che non possono più essere evitate.

Per i comprensori che non hanno futuro come stazioni sciistiche — troppo bassi, troppo piccoli, troppo costosi da mantenere — la strada è la riconversione. Turismo lento, escursionismo, agricoltura di montagna, energie rinnovabili, forestazione: esistono modelli alternativi che possono generare occupazione e trattenere popolazione nei territori montani, ma richiedono investimenti pianificati e politiche di accompagnamento che oggi mancano quasi del tutto.

Per i comprensori che possono ancora reggere, la priorità è la diversificazione. Lo sci rimarrà il cuore dell’offerta invernale per i prossimi decenni nelle zone ad alta quota, ma non può più essere l’unica ragione di esistenza di una destinazione montana. Le stazioni che sopravviveranno saranno quelle che avranno costruito un’identità turistica capace di attrarre visitatori in ogni stagione, per ragioni che vanno oltre la neve.

Per le istituzioni, il messaggio è netto: finanziare indiscriminatamente impianti economicamente insostenibili è uno spreco di risorse pubbliche e un disservizio alle comunità montane. Meglio destinare quelle risorse a piani di riconversione seri, a infrastrutture per il turismo alternativo, al recupero degli edifici sospesi, al sostegno alle imprese locali che vogliono reinventarsi.


La montagna italiana non è condannata. È però a un bivio: continuare a fingere che il modello del Novecento possa sopravvivere con qualche sussidio in più, oppure affrontare con onestà la trasformazione in corso e guidarla invece di subirla. I 273 impianti dismessi del rapporto Nevediversa 2026 sono la misura di quanto tempo sia già stato perso. Il conto di quanto ancora si può aspettare è aperto, e scade ogni inverno che passa senza neve.

Per chi vuole approfondire lo stato attuale degli impianti a fune attivi in Italia, le pagine regionali del sito offrono dati aggiornati su funivie, seggiovie e cabinovie operative, con informazioni su orari, quote e stato di servizio stagionale.

#impianti-sciistici #legambiente #cambiamento-climatico #nevediversa #montagna

Condividi